Oggetto:
Corpo :
<p>Il nome del <strong>Forcoli</strong> porta con sé una storia importante nel panorama calcistico toscano. Dalle esperienze della prima squadra fino ai tanti campionati Élite disputati con il settore giovanile, la società amaranto ha rappresentato per anni una delle realtà di riferimento del territorio pisano. Un passato al quale il club vuole tornare a guardare con ambizione, dopo un periodo di assestamento che ha dato il via a un percorso di rilancio del proprio vivaio.</p><p>In questo progetto si inserisce l'arrivo di <strong>Alessandro Balluchi</strong>, da poco nominato <strong>direttore generale</strong> del <strong>settore giovanile</strong>. Reduce da cinque stagioni al Fornacette e forte di una lunga esperienza vissuta nel calcio sia dalla panchina che dietro la scrivania, Balluchi ha scelto Forcoli per iniziare una nuova sfida, mettendo le proprie competenze al servizio di una struttura già avviata e intenzionata a compiere un ulteriore passo in avanti.</p><p><strong>Partiamo dall'inizio: cosa l'ha portata a dare l'addio al Fornacette dopo diversi anni?</strong></p><p>Nasce tutto nel febbraio 2026. Dopo cinque anni insieme, probabilmente da entrambe le parti erano venuti un po' meno gli stimoli e anche la società sentiva la necessità di avviare una sorta di rifondazione. Abbiamo quindi preferito separarci, ma lo abbiamo fatto nel migliore dei modi. Per me è stata una cosa molto bella, perché spesso quando si chiude un rapporto rimangono degli strascichi, mentre con il Fornacette ci siamo lasciati benissimo. </p><p><strong>E come nasce invece al passaggio al Forcoli?</strong></p><p>Sono rimasto fermo per un po', poi è arrivata quasi all'ultimo momento l'opportunità del Forcoli. Nei suoi dirigenti ho trovato la volontà di dare una scossa a una società che negli ultimi tempi si era un po' assopita e credo che il mio arrivo possa servire anche a portare nuova adrenalina. Parliamo del resto di una realtà gloriosa, con una storia importante non soltanto nel nostro territorio ma in tutta la Toscana, ma a convincermi sono state appunto le persone che ho trovato. Ci tengo a spendere qualche parola per i direttori sportivi del giovanile Luca e Antonio Fiscina, due ragazzi che negli ultimi due anni hanno svolto un lavoro eccezionale. Non era semplice intervenire in una società che stava attraversando un momento di difficoltà, riuscire prima a fermarne la discesa e poi creare le condizioni per farla ripartire. A loro si aggiunge Filippo Ferretti, il responsabile della scuola calcio, che rappresenta un'altra importante garanzia. </p><p><strong>Come intende collaborare i con direttori e quali sono gli ambiti nei quali si muoverà maggiormente?</strong></p><p>Cercavo un ruolo che mi permettesse di spaziare su tutto ciò che riguarda l'organizzazione societaria. Non si parla soltanto la parte amministrativa, ma anche la creazione di eventi e di iniziative che possano portare benefici alla società. È quindi un ruolo a 360 gradi ed è proprio questo l'aspetto che mi piace maggiormente, perché è qualcosa di cui mi sono sempre occupato volentieri anche nei miei 25 anni a Ponsacco. Per quanto riguarda invece l'aspetto prettamente tecnico, come già detto, abbiamo una direzione sportiva composta da ragazzi bravissimi, che sto imparando a conoscere sempre meglio. Il fatto che siano stati proprio loro a sentire l'esigenza di avere un'altra figura al loro fianco dimostra la volontà di rimettersi in gioco e continuare a crescere</p><p><strong>Come pensa possa migliorare ancora il settore giovanile del Forcoli?</strong></p><p>Il calcio sta cambiando e dobbiamo essere capaci di cambiare insieme a lui, diventando più riflessivi e intraprendenti, sia nelle metodologie di lavoro che nei comportamenti. Ho accettato questa sfida proprio perché mi piace l'idea di essere partecipe di un cambiamento e credo che una società con la storia del Forcoli possa dare un'impronta importante e diventare anche un esempio. I risultati dei campionati saranno importanti, ma vengono dopo: oggi troppo spesso il calcio giovanile viene interpretato come una corsa alla ricerca del giovane da lanciare, tra passaggi continui da una società all'altra e la ricerca di facili guadagni. Noi vogliamo provare a percorrere una strada diversa, rimettendo il più possibile il ragazzo al centro del progetto. Questo dovrà essere il punto di partenza del nostro nuovo percorso.</p><p><strong>Entrando più nello specifico delle squadre, che impressione ha avuto dei gruppi di Allievi e Giovanissimi e con quali prospettive si presentano ai rispettivi campionati?</strong></p><p>Ho avuto modo di vederle proprio in questi giorni e ritengo siano squadre competitive, che possono dire la loro sia nei campionati regionali che in quelli provinciali. L'obiettivo non deve essere semplicemente partecipare, perché credo ci siano le possibilità per provare anche a essere protagonisti. Quello che voglio sottolineare, però, è soprattutto la qualità del parco allenatori. Il Forcoli si può permettere agli Allievi Massimo Mancini, ex giocatore di Serie A e grande conoscitore di calcio giovanile, uomo vero che mette al centro il ragazzo e lo fa crescere sotto tutti i punti di vista. C'è poi Maurizio Londi agli Allievi B, un allenatore che ha fatto i professionisti e che per voglia e passione si è buttato sui giovani; è arrivato Pierpaolo Gozzoli ai Giovanissimi, che negli ultimi anni ha ottenuto risultati importanti sempre attraverso la crescita dei ragazzi e poi c'è Leonardo Giuntini con i Giovanissimi B, tecnico che conosce molto bene questo territorio in quanto paesano. Poter contare su figure di questo livello è stato uno degli aspetti che mi ha convinto maggiormente ad accettare, perché si parla di uomini e di persone ambiziose.</p><p><strong>Guardando invece al post settore giovanile. Negli ultimi anni ha avuto modo di concentrarsi molto sul passaggio dei giocatori dagli Juniores alla prima squadra. Come si deve lavorare sui ragazzi affinché non si perdano nel delicato salto al calcio dei grandi?</strong></p><p>È un lavoro molto particolare. Innanzitutto l'allenatore deve togliere l'IO davanti alla classifica e ai piazzamenti, concentrandosi soprattutto sulla crescita e sul miglioramento dei ragazzi, in questo modo diventa per loro un punto di riferimento e i consigli vengono recepiti diversamente, perché capiscono di essere inseriti all'interno di un percorso societario che va oltre il semplice raggiungimento di un risultato. Senza tralasciare tutta la parte legata al privato. Nella vita di uno juniores ci sono tante fasi delicate che vanno oltre il campo e un allenatore deve saper comprendere anche questi aspetti e aiutare il giocatore a credere nelle proprie possibilità. Credere nei giovani, però, non significa mandarli allo sbaraglio. Non tutti sono immediatamente pronti per determinate categorie e per questo servono un percorso graduale e una conoscenza approfondita del ragazzo, uniti ad una prima squadra predisposta ad accogliere questo percorso. </p><p><strong>Ultimamente sembra che molte prime squadre stiano tornando a puntare maggiormente sui giovani. È una sensazione che condivide?</strong></p><p>Bisogna distinguere tra il credere realmente nei giovani e il farli giocare per necessità. Quando alla base c'è soprattutto un'esigenza economica, il rischio è che venga sempre lasciato indietro qualcosa. In quel caso non si tratta necessariamente di una scelta convinta, ma di una soluzione dettata dalle possibilità del momento. Per puntare davvero sui giovani serve invece una filosofia societaria precisa e la volontà di portarla avanti indipendentemente dalle circostanze. </p><p><strong>Essendo lei storicamente coinvolto nel regionale, sotto questo punto di vista che giudizio dà oggi al calcio pisano rispetto alle altre realtà toscane che ha avuto modo di conoscere?</strong></p><p>Credo che il calcio stia attraversando un momento particolare, nel quale troppo spesso manca una visione a lungo termine. Anche a livello regionale ci sono società che lavorano molto bene e altre che, invece, tendono a vivere maggiormente alla giornata. Su questo sono anche un po' provocatorio: noi direttori spesso veniamo considerati bravi quando riusciamo a portare via il bambino più promettente alla società vicina. Poi però rischiamo di perderlo per strada, magari perché le promesse fatte per convincerlo a cambiare squadra vengono disattese, fino al punto di fargli perdere entusiasmo e, nei casi peggiori, la voglia di giocare a calcio. Torniamo quindi al discorso fatto prima: tra credere realmente in un percorso e portarlo avanti soltanto per necessità c'è una differenza enorme. Ed è proprio su una programmazione più convinta e a lungo termine che, secondo me, il nostro calcio deve ancora crescere.</p>